Giulia Blasi e la forza di raccontare #quellavoltache: “Il femminismo? Parità di genere, prima di tutto”

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Giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica, ma soprattutto una voce, fortissima, che no, non poteva e non può restare in silenzio. Perché se oltreoceano i riflettori sullo scandalo delle molestie sono stati accesi da #metoo, in Italia è stata Giulia Blasi l’artefice di #quellavoltache, hashtag che, a oggi, raccoglie migliaia di testimonianze di donne vittime di abusi e violenze. Un’azione tanto semplice quanto potente diventata non solo un fenomeno sui social, ma anche una vera e propria comunità virtuale in cui le donne hanno potuto (e possono) trovare ascolto, conforto, coraggio. Un urlo collettivo che altro non è che lo specchio di un silenzio portato avanti troppo a lungo. Ma se tante sono le testimonianze, altrettante sono le critiche, perché è molto più facile stabilire che “poteva dire di no” piuttosto che chiedersi “perché non ha detto di no?”. Giulia Blasi ci aiuta a fare chiarezza, a capire cos’è il femminismo contemporaneo e a comprendere perché il confine tra avance e molestia sia, talvolta, così labile.

Ultimamente se ne sente parlare sempre di più e, ovviamente, c’è chi si scaglia contro definendolo un estremismo e chi invece lo esalta come un qualcosa di fondamentale, soprattutto in questo periodo storico. 
Ci spieghi che cos’è il femminismo?

Non è il contrario di maschilismo, si pone l’obiettivo di portare la parità di genere quindi non è una cosa che riguarda solo le donne ma, moltissimo, anche gli uomini. Molte donne pensano che il femminismo non sia necessario o sia un estremismo perché non vedono con chiarezza il mondo che le circonda: se sei una donna bianca, etero, con istruzione medio-alta e mediamente benestante, puoi considerarti una privilegiata che vive in una bolla di benessere che molte non possono immaginare, neanche lontanamente. Ci sono donne che devono accettare continuamente compromessi non solo per mangiare o avere un lavoro, ma per vivere. Ci sono donne che non vivono: sopravvivono. È fondamentale dare un nome a questo movimento – adesso che le cose si stanno muovendo – quindi non sono d’accordo con chi dice che non c’è bisogno di etichette, che il femminismo si può fare senza dirlo, senza nominarlo. Se una cosa non la “chiami” non esiste. E se non esiste non puoi combattere nel suo nome; il progresso funziona così: bisogna lottare e parlare e spiegare perché accada. Il progresso è come un cane distratto: devi catturare la sua attenzione con un biscotto per fare in modo che avanzi, anche solo di un passo, verso di te. E se mentre avanza viene ritratto nuovamente da qualcosa, tu devi ricominciare da capo e inventare metodi sempre nuovi per far sì che riprenda il suo cammino.

Grazie a #quellavoltache sei riuscita a dar voce a migliaia di vittime di molestie che hanno raccontato, utilizzando l’hashtag, le loro esperienze. In molti hanno obiettato che il confine tra molestia e avance sia molto labile e che molte donne abbiano esagerato. Quello che emerge è che forse abbiamo un concetto molto limitato e retrogrado di “molestia”. Che caratteristiche ha e come si riconosce una molestia?

Il concetto diffuso ma profondamente sbagliato è legato alle modalità di relazione tra uomo e donna. Siamo abituati che, nei rapporti, l’uomo deve essere quello dominante, quello che insiste, che corteggia la donna in modo sprezzante e un po’ la “costringe”. La donna, dal canto suo, deve fare la preziosa incoraggiando un po’ l’uomo in questo atteggiamento di fare il primo passo in modo insistente. Allo stesso tempo, però, ci dicono che è responsabilità della donna rispondere alle avance con un netto “sì o no”; insomma il concetto che passa è che dipende tutto dalla donna e dalla sua reazione. Però siamo tutti d’accordo che questa situazione di dualità crei un minimo di confusione: è accettabile che un uomo si senta in diritto di “forzare” una donna ma è responsabilità della donna dirgli di no. Il problema, però, si pone quando una donna non si sente libera di dire no e dice sì. Dice sì perché ha paura o si sente minacciata: si trova di fronte un uomo insistente o, peggio, violento, è in una condizione di “svantaggio” fisico e quindi teme di venir sovrastata e di vedere peggiorare la situazione. In alcune situazioni dire sì, quindi, può essere un modo per salvarsi la vita. Ma non esiste solo la minaccia fisica, c’è anche quella psicologica: se ti trovi di fronte una persona che minaccia di rovinarti la carriera o precluderti delle possibilità future, ti sta comunque mettendo nella posizione di quella indifesa, ti tiene sotto scacco abusando del suo potere. È il caso delle donne famose che hanno denunciato – Asia Argento e Miriana Trevisan qui in Italia – e che sono state aspramente criticate perché “avrebbero dovuto dirlo prima” oppure “potevano dire no”. La verità è che non potevano o non se la sono sentita di dire no perché in quel momento erano indifese e in una posizione di inferiorità, ma non per questo vanno giudicate o additate. Bisogna capire che le vittime sono vittime e non va cercata una colpa in loro.

Partendo da #quellavoltache e #metoo, si è presa la palla al balzo per porre l’accento su altre tematiche legate alla disparità tra uomo e donna nella nostra società. Penso alle differenze salariali a parità di ruolo o alla difficoltà maggiore per una donna di fare carriera ed emergere.

Si tratta di scardinare gli schemi che vedono la donna sempre tenuta a margine ma non solo: è necessario far comprendere che le donne fanno molta più fatica degli uomini a raggiungere posizioni di potere e per farlo devono necessariamente incarnare tutte quelle “qualità” che da sempre sono appannaggio degli uomini. Nella donna raramente viene premiato il talento se non è anche accompagnato da un carattere forte e combattivo, tenacia, forza di volontà e sacrifico estremo, molto più di quello richiesto a un uomo in quanto uomo. Una donna deve fare molte più rinunce e, spesso, scendere a compromessi. Non parliamo, poi, delle enormi difficoltà che incontra se e quando decide di avere un bambino: non sa se troverà ancora il suo posto ad aspettarla, probabilmente sarà rimpiazzata, non viene aiutata e sicuramente sarà biasimata se decide di non tornare subito al lavoro ma anche se decide di tornare. Insomma, sicuramente una serie di problemi a cui gli uomini non devono far fronte o che, comunque, vivono in misura minore.

Le molestie c’erano anche prima e nessuno ha mai fatto niente. È un mondo che va così. Perché proprio adesso? Tu stessa ti sei servita dei social per lanciare #quellavoltache. Quanto ha contribuito il web all’esplosione di questa presa di coscienza?

Un tempo le battaglie si combattevano con più difficoltà perché certe realtà e situazioni non si conoscevano, l’avvento di internet ha radicalmente cambiato le cose. I social network, poi, ci hanno dato la possibilità di essere sempre connessi rendendo il mondo molto più piccolo, a portata di mano. Ha dato voce a chi prima non aveva la possibilità di far conoscere la propria condizione. Non solo: ha aiutato le persone a comprendere meglio il mondo in cui viviamo e a fare delle considerazioni sul proprio modo di vivere e su ciò che è accettabile ma anche su ciò che vogliamo. Il web ci ha dato la possibilità di trovare una comunità con cui scambiare idee, a cui chiedere consigli, con cui confrontarsi. Non è un caso che movimenti come #quellavoltache o #metoo abbiano avuto bisogno della sua cassa di risonanza per esplodere: è stato molto più semplice raggiungere tutti gli attori in causa e portare alla luce una situazione molto grave, nota da anni ma sempre trascurata. La diffusione è stata immediata ed è stata data la possibilità a molte donne di raccontare la propria esperienza, condividendola.

Ultima domanda: una cosa che vorresti le persone sapessero di te.

Se ho fondato io un gruppo femminista può farlo chiunque: quindi fatelo! C’è un bisogno disperato che, donne e uomini, facciano sentire la propria voce perché adesso i tempi sono maturi per una reale presa di coscienza. Il processo sarà lungo e lento e probabilmente sembrerà che le nostre azioni non spostino niente e che tutto resti uguale. Il cambiamento ha bisogno di tempo e costanza ma se con le nostre azioni possiamo contribuire a migliorare anche solo un pezzettino minuscolo di mondo, allora dobbiamo farlo.

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