Lara Lago, expat Wonder Woman: “Non siate perfetti, siate unici”

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Succede che, un giorno di qualche anno fa, una giovane donna decide di lasciare il proprio Paese, l’Italia, per costruire una nuova vita all’estero, più precisamente ad Amsterdam, Olanda. Succede che cambiare città, luoghi e sapori non è cosa per i deboli di cuore, ma è l’unica scelta possibile, perché restare, a volte, fa molta più paura di andare. Lei è Lara Lago, giornalista italianissima che a 32 anni ha mollato tutto ciò che conosceva per fare un salto nel buio che poi, a conti fatti, altro non è stato che un immenso bagno di luce. La sua lettera al Ministro Poletti, che aveva accusato gli italiani volati all’estero, è diventata virale all’urlo del “ce ne siamo andati perché non ci siamo accontentati”. Coraggiosa, occhi azzurri e capelli blu, oggi è direttrice di Just Me, canale video di di Zoomin.tv che produce brevi documentari per il web. Ma Lara Lago non è solo questo, è molto ma molto di più, perché per essere una donna tosta non serve solo carattere, ma anche una dose massiccia di consapevolezza e amore per se stessi. E lei, questo, lo sa benissimo.

Qualche anno fa, stufa della stasi professionale persistente in Italia, hai preso un biglietto aereo di sola andata per Amsterdam. Lasciare il proprio Paese non è cosa facile, soprattutto quando lo si abbandona unicamente per il lavoro. Bisogna confrontarsi non solo con una nuova cultura, ma anche affrontare vere e proprie sfide quotidiane, come la convivenza coi conquilini e il dover imparare un’altra lingua. Cosa diresti, oggi, alla te stessa di allora?

Alla me stessa del giorno prima della partenza direi: Cara Lara, tu adesso sei emozionata, ti stai per trasferire in una capitale europea, una di quelle città con la metropolitana che hai sempre sognato. Il paesino veneto di 1200 abitanti ti è stato stretto per tutta una vita ma preparati perché il valore delle radici, dell’appartenenza, di avere una famiglia vicina e degli amici sempre presenti lo devi ancora capire. Cara Lara non sai a cosa stai andando incontro, credimi, l’entusiasmo che hai adesso è solo frutto dell’incoscienza. Domani ti sentirai solo stranita perché per la prima volta ad aspettarti in aeroporto non ci sarà nessuno. Poi ti sentirai infastidita, perché la camera dove stai per andare a vivere non è pulita come il giorno in cui l’hai vista. Dopodomani invece piangerai, perché pioverà e ti mancherà il fidanzato e l’idea di ricominciare tutto da zero a 32 anni ti darà una sensazione di solitudine piena. E avrai ragione, sarai da sola in un posto dove tutto ti sembrerà difficile per la difficoltà di non riuscirlo a spiegare a parole. Però, cara Lara, non ti preoccupare e non avere paura, stringi i denti, chiudi la valigia e vai. Perché sarà molto più dura di ciò che pensi ora, ma sarà anche la scelta migliore che tu possa mai fare. Ti permetterà di diventare finalmente ciò che sei.

L’Italia è il Bel paese, tutto il mondo ce lo invidia. Buon cibo, arte meravigliosa, calore, angoli nascosti pieni di straordinaria bellezza. Ma è anche un luogo pieno di contraddizioni, la politica che non funziona, città, come Roma, lasciate a loro stesse, il precariato dilagante. Forse, vedendola dall’esterno, hai una visione più distaccata ma anche più lucida della nostra situazione. Cosa ti manca del nostro Paese e cosa, invece, proprio no?

La prima cosa che mi manca dell’Italia, più ancora del bel tempo e del cibo (che sembra sempre la solita cosa banale ma provate a vivere sempre con pioggia e nuvole e mangiare sempre male e poi ne riparliamo) sono gli italiani. Gli italiani sono diversi dalla gente che popola il resto del mondo. È incredibile come vivendo immersi nel popolo italiano ne cogliamo solo gli aspetti più fastidiosi: l’arte del lamentarsi, l’essere rumorosi, il parlare sempre tanto e a voce alta. Ma siamo pieni di pregi per i quali siamo apprezzati in tutto il mondo e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo il valore dell’accoglienza, fa un po’ ridere dirlo adesso in tempi salviniani, ma abbiamo il senso dell’aiutare il prossimo, siamo conviviali, abbiamo la passione per il dettaglio, il rispetto del fare le cose bene. È per questo che il Made in Italy è così invidiato e ricercato. Siamo in grado di stringere amicizie in fretta perché in fondo basta una scusa per conoscere nuove persone. Nel nord Europa è molto diverso, prima che un olandese ti inviti a casa propria devono passare anni e ti aiuta solo se anche tu puoi aiutare lui. Ciò che non mi manca affatto è l’immobilità del mercato, dell’economia e delle dinamiche italiane, dove fai carriera più in fretta se sei figlio, parente, amico, amante di. Qui in due anni ho fatto carriera e firmato un contratto a tempo indeterminato senza conoscere nessuno. Vieni rispettato e valorizzato per quello che fai e ciò che sei. Tutto cambia molto in fretta e il lavoro c’è per tutti, quindi come si viene assunti in velocità si può anche essere licenziati in velocità. Ma poco male, tanto un nuovo impiego si trova anche in una settimana.

Era il dicembre 2016 e il Ministro Poletti attaccò i 100mila giovani volati all’estero dicendo che era meglio “non averli tra i piedi”. La tua risposta alle sue accuse, diventata virale sui social, era potente e coraggiosa, con un passaggio che non poteva passare inosservato “Tra tutti gli italiani che vivono in Olanda non ne ho ancora sentito uno che dica: ‘Si sta meglio qui.’ Tutti invece dicono: ‘Se si potesse vivere una vita così anche in Italia torneremmo di corsa. Ma”. Quali potrebbero essere le soluzioni politiche per eliminare quel “ma”?

Il Ma qui si divide in tante sfumature: serve una semplificazione della vita di tutti i giorni, invece di fare file in ogni ufficio per ogni cosa, serve dare la possibilità a tutti di fare qualsiasi cosa dal computer di casa, dal pagare la bolletta al capire il valore di una casa. Serve un mercato del lavoro fluido in modo che anche le banche possano credere nei giovani. Qui i mutui vengono concessi quasi a tutti e spesso pagare la rata del mutuo costa meno dell’affitto. Quindi comprare una casa conviene ed è una cosa realizzabile e non distante anni luce. Con una casa e un lavoro torna la volontà e la possibilità per tutti di pianificare un futuro anche personale, pensando a una famiglia. L’Olanda agevola le mamme, che lavorano 4 giorni a settimana anche dopo il rientro dalla maternità. I bambini olandesi sono, secondo una ricerca dell’Unicef, i più felici tra i bambini dei paesi evoluti, alle elementari non hanno compiti al pomeriggio perché devono avere tempo per il gioco e per stare con la famiglia. Anche i genitori lavorano dalle 9 alle 17.30, commercianti compresi visto che i negozi qui – supermercati esclusi – chiudono alle 18. È una catena di fattori, ogni scelta di welfare ricade in qualche modo sulla quotidianità alleggerendo la vita di tutti i giorni. Dal punto di vista politico, poi, sogno delle agevolazioni per aziende con dipendenti internazionali che scelgano di aprire la loro sede in Italia. Amo il lavoro che faccio e se potessi portare la mia redazione giornalistica in Italia lo farei subito.

 

Occhi azzurri, labbra piene, fisicità burrosa. Consciamente o meno, sei diventata una portavoce della body positivity, anche raccontando in lungo post di esserti messa a dieta non tanto per dimagrire ma per diventare “la miglior versione di me”. Come sei arrivata a essere pienamente consapevole del tuo corpo e, soprattutto, cosa consiglieresti a una ragazza (ma anche a un ragazzo) che non ama il proprio riflesso nello specchio?

Quando sento delle donne che si lamentano perché pesano 55 chili penso sempre: “Anch’io ho pesato 55 chili. In quinta elementare”. Sono sempre stata cicciottella. Il periodo più duro è stata l’adolescenza quando, per non essere costantemente bullizzata, come invece succedeva anche dai miei compagni di classe alle scuole medie, ho imparato l’arma dell’autoironia. Se mi prendevo in giro io per prima nessuno aveva più il coraggio di deridermi. Sono partita da là ma quella con il peso per me è stata una lotta continua. Un altro periodo difficile è stato quando ho lavorato in televisione. Come non bastasse la televisione ingrassa quindi per riuscire a riconoscermi mi sono messa in dieta ferrea. La verità è che troppo magra non mi vedo nemmeno più io, certo, nemmeno troppo grassa, fare fatica ad allacciarsi le scarpe o a fare le scale non è una sensazione che amo. L’obiettivo per me è sempre quello di essere la migliore versione di me, che può essere con un vestito che mi valorizzi, con i capelli blu o semplicemente felice per quello che sto facendo nella vita. La consapevolezza spesso viene anche da dentro, dal volersi bene. Ti confesso un segreto: ci sono sere che torno a casa ad Amsterdam dopo 9 ore di lavoro, salgo in ascensore e mi guardo allo specchio con la luce a led. Spesso sono così stravolta, con il trucco inesistente, i capelli raccolti e vestita come un igloo ambulante che penso a quanto vivere via mi stia imbruttendo. E allora sorrido da sola, perché la vita non è una patina estetica, non è come sembri ma è ciò che fai. E quando sfatta mi sorrido non riesco a vedermi brutta, perché è come se mi dicessi “Brava, ce l’abbiamo fatta anche oggi”.
A chi non ama il proprio riflesso nello specchio consiglio di arrivare ad amare il proprio riflesso nello specchio, non perché perfetto ma perché unico. Se non vi piacete cambiatevi, miglioratevi, visualizzate l’Io che volete diventare e lavorate per raggiungere quell’obiettivo. Ma siate realisti. È l’atto d’amore più vero che si possa fare. Io con me sono realista: non sarò mai magra, non avrò mai una taglia 42, ma dovrebbe forse essere un problema?

Nella contemporaneità in cui viviamo siamo circondati da etichette, dalle più comuni ‘taglia forte’ e ‘taglia 38’ alle più zuccherose ‘curvy’ e ‘petite’ che hanno tanto l’aria di essere solo un modo più carino di etichettare le fisicità. Non sarebbe molto più sano sentirsi bene nel proprio corpo senza doverlo, per forza, catalogare?

Le etichette sono sempre state una cosa comoda per leggere velocemente la società e un pò forse anche per chi viene etichettato. Ricordo ancora la prima volta che ho visto una foto di Ashley Graham in internet: l’ho postata subito su Facebook scrivendo “Ora anch’io posso fare la modella”. Sentivo una forma di sollievo, come se tra i canoni estetici accettati ci fosse anche quello a cui appartenevo io. In realtà la modella invece non ho mai potuto farla perché sono alta un metro e un toast ovvero un metro e sessantuno, ma diciamo che punto tutto sulla simpatia 🙂
Scherzi a parte, catalogare è sempre sbagliato, trovo sbagliati persino gli indici che ti dicono quando sei curvy e quando sei petite, sono numeri freddi, senza nomi. Dobbiamo sentirci bene nella nostra pelle, conoscerci a fondo, individuare i nostri difetti e le nostre unicità e farle diventare veri e propri punti di forza. Non siamo solo corpi, siamo principalmente storie. Dobbiamo solo trovare il modo migliore per lasciarci raccontare con uno sguardo.

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